Vedute attraverso la città di Alessio Fransoni – Experience 7, 2005, Editore Mattioli 1885 spa

Vedute attraverso la città.
Alessio Fransoni
Testo pubblicato in Experience, n° 7, 2005, editore Mattioli 1885 Spa.

Urbs
Barbara De Ponti
Spazio SenzaTitolo, Roma. 2005

Carta da spolvero di un uniforme colore nero ad acrilico, tracciati chiari: si intravedono forme architettoniche, vedute urbane. Barbara De Ponti ottiene questi tracciati per mezzo di un semplice atto di piegatura. Ogni linea corrisponde infatti a una piega del foglio ripetuta più volte, in corrispondenza della quale lo strato di acrilico nero si sbriciola e cade lasciando riemergere il colore naturale della carta.
Non fa disegni preparatori, ma solo delle misurazioni di massima, quindi parte con la prima piega. Il rapporto che istituisce con il foglio non è mediato da alcuno strumento. Ingaggia con il materiale una specie di lotta, corpo dell’artista contro corpo dell’opera, lasciando dei segni variabili. Il tracciato perde così le caratteristiche di disegno in senso classico – visualizzazione di un’idea, progetto o traduzione di un profilo – e la carta le sue caratteristiche di supporto. Non c’è opera e supporto, lavoro e supporto coincidono.
Per ogni linea che definisce un particolare di un edificio ne esistono decine che estendono l’accadimento della forma oltre i confini della figura. I punti di maggiore ricchezza formale sono quelli in cui la carta, per la concentrazione di linee, è maggiormente provata e deformata. La De Ponti parla di queste linee come di linee-forza: esiti del suo ingaggio corporeo e, in rapporto al soggetto architettonico, registrazioni di un’esperienza. Il tracciato finale è quindi lontano da una veduta di città tradizionale. Le linee-forza esprimono piuttosto una tensione plastica vissuta in un brano di città, direzione continuamente variata dello sguardo che diventa nel lavoro senso complesso. Le sue carte quindi, più che rappresentazioni, sono strumenti per vedere. Raggiungono una sorta di trasparenza, non perché lo siano effettivamente in senso ottico, ma in quanto sono elementi aggirabili, membrane da attraversare, griglie che entrano in rapporto con la visione d’altro dando la possibilità di ricavarvi un senso. “Trasparenza” qui è piuttosto intesa come il contrario di “frontalità”. La sua mostra Urbs alla galleria Senza Titolo di Roma (marzo 2005) con il suo doppio livello installativo voleva sviluppare proprio l’idea che il visitatore potesse essere alternativamente davanti e dietro l’opera, al di fuori e al suo interno.
Inizia a lavorare sulle città nel 2003, l’ispirazione le è venuta osservando la stazione di Torino, con le sue enormi vetrate. Quello che le interessa, dichiara, sono le strutture urbane trasparenti. Quindi predilette sono le città che hanno avuto uno sviluppo nell’architettura del ferro e del vetro, sono città che «è come se si fossero dichiarate». Si prenda Parigi: tutti guardano la Tour Eiffel, ma Parigi è anche ciò che vediamo attraverso i tralicci della Tour Eiffel, mentre vi saliamo sopra. Anche su questo piano la trasparenza non è trasparenza ottica, ma uno speciale rapporto tra le linee. La stazione di Torino risulta così molto trasparente anche se non lo è affatto, essendo in realtà un blocco molto solido e opaco. Ogni città sotto questo aspetto ha le sue architetture interessanti, e possono non corrispondere a quelle consacrate dalla storia e dal turismo. Roma, ad esempio, sarebbe una città opaca e frontale, se non fosse per alcune sue strutture particolari, come le sopraelevate della Tangenziale Est. Un serpente di asfalto che taglia interi quartieri all’altezza dei piani superiori delle abitazioni, mostro urbano degli anni ’60 oggetto di una prossima demolizione, diventa per l’artista l’emblema della trasparenza. Forse perché è una struttura che attraversa e costringe sempre a uno sguardo attraverso: in quella parte di Roma si possono vedere case e cielo sempre solo attraverso la tangenziale e i suoi piloni. Ma la tangenziale a sua volta è città. Su di essa allora è esemplarmente in gioco l’irriducibile duplicità della messa a fuoco: la città che guardiamo è sempre anche la città attraverso cui guardiamo.