Testo di Alessandro Castiglioni – IR TOP, anno XII, numero 2, 2013

La ricerca di Barbara mette in luce in modo estremamente eloquente una riflessione dedicata allo spazio inteso non esclusivamente come misura nella sua componente fisica e geometrica, bensì, nella sua accezione più geografica, legata alla definizione di luogo, di misura unita all’esperienza. Questo presupposto ha portato l’artista a mescolare architettura, antropologia, disegno e suono, all’interno di installazioni complesse che spesso fungono come catalizzatori di incontri, relazioni e, in quanto tali, sono divenute strumenti di conoscenza della realtà sensibile. Gli esempi sono vari: dalla disposizione, attraverso l’uso di led, sulla cupola del planetario di Milano, delle costellazioni visibili la notte dell’Equinozio (La luce naturale delle stelle, 2010) a Speaking Things, progetto realizzato a Delft, in Olanda (2009) in cui mappatura urbanistica e mappatura privata ed emozionale, si sovrapponevano in un’installazione nata direttamente dal contributo diretto degli abitanti del quartiere che Barbara ha lentamente incontrato e conosciuto. Come scrive l’artista “l’immagine nasce dall’intersezione delle pieghe” e queste pieghe non sono quelle di un foglio di carta, bensì il frutto di incastri, urti, sovrapposizioni e smarrimenti che sono, in definitiva, i modi della quotidianità, della vita nei luoghi. E l’immagine non è una visione, ma una relazione. E relazionarsi con le opere di Barbara De Ponti significa leggere come la pratica di studio e ricerca, che caratterizza il lavoro di un serio artista, prende forma nel presente dell’accadimento, nello svuotamento formale della relazione, che però, d’altra parte, carica l’opera di attenzione, amore e umanità. Stessa condizione caratterizza il recente lavoro che Barbara, insieme al mio contributo, sta dedicando alla ricerca sulle lacune, alle mancanze e le assenze negli spazi della città. Ci chiediamo così se questa percezione della città abbia un qualche risvolto metaforico. Cioè se questa assenza assuma significato in relazione ad una condizione “morale” di una città sfruttata e consumata proprio nelle intenzioni con cui vengono vissuti i luoghi, nell’architettura del suo paesaggio.