Intervista di Zoe De Luca per Diorama, 06, stagione VII, 2013

L’opera di Barbara De Ponti prende forma da ricerche e analisi a lungo termine, a volte decennali.
Questo processo estremo di documentazione si solleva poi dagli archivi, per snodarsi in differenti forme espressive e, attraverso lavoro su carta, fotografia, installazione e performance, arriva a compimento con l’edificazione di una storia. Questo ultimo stadio tuttavia non è un punto di arrivo, ma la fase dinamica alla quale l’artista conduce la sua ricerca, assemblando funzioni dimenticate, dati mancanti, rapporti non considerati, per ricostruire e comprendere a fondo la natura di fenomeni sfuggiti all’interesse collettivo.
Riporta l’attenzione su episodi dell’esperienza culturale e sociale finora rimasti ignoti o quantomeno in secondo piano, riflettendo sulla relazione tra l’individuo e il suo spazio.
Dall’acquario romano che rappresenta il progresso laico, moderno e scientifico rimasto incompiuto nella Capitale ottocentesca, al Planetario milanese progettato da Portaluppi negli anni ’30, che nonostante l’inquinamento luminoso circostante ormai ordinario, perpetua la sua attività pedagogica; dalle piegature retroilluminate che accompagnano fedelmente i progetti alle collaborazioni più diverse che li compongono, l’opera di Barbara De Ponti è un paziente cercare, meticoloso filtrare e poetico svelare.

Diplomata in pittura ma interessata, e nel tempo avvicinata a tematiche proprie dell’architettura.
Il tuo lavoro è articolato in diversi livelli di interpretazione e spazia in diversi medium; cosa ti porta a scegliere una concretizzazione formale adatta ad ogni progetto?
Scelto l’argomento d’indagine il lavoro si concretizza durante le fasi di ricerca e di analisi della documentazione trovata. Non si immagini un percorso lineare; il processo è più simile alla costituzione di una rete di relazioni e incontri, teorici e concreti, da cui scaturiscono ulteriori osservazioni. Si delinea così la modalità espressiva più coerente con il soggetto. E questa formalizzazione non è da considerarsi definitiva, statica, piuttosto un nuovo punto di partenza, un ulteriore punto di vista per analizzare la realtà indagata.

Quindi il materiale, pur restando flessibile ad ulteriori cambiamenti, passa da una distensione, quasi sciorinata, ad una sintesi totale di significato.
Si.L’ultimo esempio in ordine cronologico di questo operare sarà esposto a febbraio nello spazio di Ermanno Cristini a Varese. Isolario, sarà la mostra curata da Alessandro Castiglioni in cui presenteremo tre lavori, riassuntivi dei miei tre ultimi progetti di ricerca attraverso gli archivi. Ogni singolo oggetto è una matrice, punto di partenza per nuovi percorsi.

Una porzione considerevole del tuo lavoro ha luogo negli archivi; che valenza dai alla fase di ricerca, scoperta e documentazione nella panoramica del tuo operato?
Il mio operare artistico può essere ricondotto alla definizione di luogo usata dalla Geografia: misura unita all’esperienza. La somma dello studio di documenti, che la ricerca protratta nel tempo garantisca di una consistenza adeguata a ottenere risultati oggettivi, scientifici, con incontri e relazioni da vita a istallazioni ottenute dalla stratificazione di architettura, antropologia, disegno e suono.

Quindi in che modo, partendo da ricerche approfondite e a lungo termine, hai deciso di sviluppare progetti il cui lavoro vertesse su luoghi specifici e sul racconto di storie e origini ai più sconosciute?
In questo momento storico, caratterizzato da una memoria a breve, a brevissimo termine, mi sembra necessario partire dalla documentazione del passato e del presente per interpretare e comprendere la realtà. Ne è un esempio Route to identity, del 2012, performance e istallazione ospitate alla casa dell’architettura di Roma. Si concentra sul percorso di numerosi cambi di identità che l’edificio, sede dell’ordine degli architetti, nato acquario romano per merito dello studioso Pietro Carganico, ha subito nel corso del ventesimo secolo. Otto, come gli anni necessari per la sua realizzazione, sono le vasche d’acqua che il performer deve attraversare durante la lettura dei testi scelti tra i documenti originali; il progetto è il risultato degli studi realizzati all’archivio capitolino che, attraverso la lettura delle vicissitudini storiche, aiuta la comprensione della realtà della Roma contemporanea emblematica della situazione italiana odierna.

Anche in La luce naturale delle stelle, di base porti l’attenzione sui retroscena di luoghi comunemente dati per scontati; si può dire che il tuo processo artistico comprenda una volontà restitutiva?
I miei lavori hanno richiesto spesso la collaborazione e l’interazione con altre persone per approfondire l’oggetto di una ricerca che le riguarda direttamente. L’istallazione La luce naturale delle stelle, allestimento site specific realizzato per la cupola del planetario Hoepli di Milano, ad esempio, vuole essere una occasione per coinvolgere e contemporaneamente offrire uno strumento per conoscere meglio il tessuto sociale facendo divenire i cittadini i primi destinatari dell’opera stessa. Utilizza un centinaio di led di diversa intensità luminosa e una composizione di frequenze sonore che ricreano le costellazioni esistenti sopra il cielo di Milano durante l’equinozio di primavera. Il progetto si sviluppa dall’interazione con la comunità scientifica dell’Istituto Astronomico, da quella con il sound artist Maarten Punselie e dall’analisi della ricerca urbanistica e architettonica dell’edificio del Planetario nell’ottantesimo anniversario della sua apertura come struttura pubblica. È mantenuto il rigore scientifico così come il coinvolgimento e la fruizione del pubblico e favorisce la riscoperta di uno spazio nato per questo scopo.