Intervista di Ilaria Bignotti – Catalogo Biennale Roncaglia, 2012

Lavori sull’architettura e sulla città intendendole quali fonti teoriche e visuali dense di storia e di indizi da rintracciare: quale relazione instaura la tua ricerca con la tradizione e il passato?

In tutti i miei lavori parto dalla definizione di uno spazio architettonico per indagarne il rapporto col tessuto sociale e l’ambiente culturale quindi con realtà contemporanee che sono il frutto anche di tradizione e passato. Scelgo di lavorare su un progetto solo quando può divenire funzione della comunità, individuata come tale dal progetto stesso. Per questo indago lo spazio urbano come luogo dell’esperienza, delineato grazie all’azione che vi si svolge. Nella mia ricerca appare quindi chiaro che la tradizione e il passato sono una chiave per leggere il presente.

L’opera audio Welcome realizzata per la Biennale di Roncaglia, ad esempio, nasce dalla collaborazione con gli abitanti della città che ospita la manifestazione. Ho chiesto ai cittadini di San Felice di dare sia il benvenuto ai visitatori della mostra sia consigli e suggerimenti per conoscere la città. Dalle interviste ad un folto ed eterogeneo gruppo di persone è emersa, così come auspicavo, una grande considerazione del proprio passato e delle tradizioni da ricercarsi soprattutto nell’architettura del centro storico e della Rocca estense e nelle manifestazioni folcloristiche. Sono stati indicati tra i motivi principali d’interesse per visitare oggi la città.

Ha partecipato al mio progetto anche la comunità africana presente a San Felice, integrata nel tessuto sociale grazie all’impiego nelle numerose aziende agricole. Il benvenuto di alcuni componenti di questa comunità permette alla mia opera di arricchirsi della tradizione del luogo, legata ancora oggi all’allevamento e alla coltivazione della terra, e di una nuova realtà dovuta all’effetto della globalizzazione e delle nuove migrazioni.

I tuoi progetti sono strettamente legati al luogo e all’ambiente cui sono destinati, alla sua storia e alla sua cultura: come riesci a garantire, d’altra parte, identità al tuo lavoro?

L’attitudine alla processualità è il dna, la struttura portante di tutti i miei lavori anche se molto distanti formalmente l’uno dall’altro.

Anche Welcome nasce così, dalla somma di azioni consequenziali che partono da una fitta rete di rapporti intessuti con le realtà sociali esistenti a San Felice, dallo studio della storia e del presente di questo luogo, per arrivare al coinvolgimento della comunità, la cui adesione al progetto permette una raccolta sistematica del materiale registrato che viene da me elaborato e presentato come opera e quindi restituito anche alla comunità.

(Anche La luce naturale delle stelle, allestimento site specific realizzato per la cupola del Planetario di Milano, si concretizza come una istallazione luminosa (Led) e sonora che ricrea le costellazioni presenti nel cielo di Milano il giorno dell’equinozio di primavera; il progetto si sviluppa da una serie di relazioni come con la comunità scientifica dell’Istituto astronomico, l’interazione con il sound artist olandese Marteen Punselie e analisi partite dalla ricerca urbanistica e architettonica sull’edificio del Planetario nell’ottantesimo anniversario della sua apertura come struttura pubblica).

In questo progetto ti confronti con la cittadinanza e la chiami a prendere coscienza di sé rispetto alla storia del proprio luogo: quanto conta il ruolo del pubblico nella tua opera?

I miei lavori hanno richiesto spesso la collaborazione e l’interazione con altre persone per l’approfondimento dell’oggetto di ricerca che li riguarda direttamente.

Nell’edizione della Biennale legata al tema della Tradizione, l’opera Welcome vuole essere l’occasione per coinvolgere i cittadini di San Felice nell’evento e contemporaneamente uno strumento a loro disposizione per conoscere meglio il proprio tessuto sociale.

In questo modo i cittadini coinvolti nell’esecuzione dell’opera diventano i primi destinatari dell’opera stessa.

Anche la scelta del luogo dove collocare l’istallazione sonora asseconda questo fine: l’ingresso della Rocca, un breve corridoio coperto da una volta a botte che unisce la piazza del paese al cortile estense, un luogo di raccordo. In entrata è lo spazio più coerente per ascoltare i messaggi di benvenuto, in uscita per prendere appunti sulle bellezze della città da visitare.

(Così come nel progetto Speaking Things, realizzato nel 2009 durante la mia residenza olandese a Delft, ha voluto conoscere una nuova realtà urbana e sociale chiedendo la collaborazione di ogni cittadino.

Gli abitanti del luogo hanno rappresentato se stessi e la loro vita in città attraverso oggetti personali, poi fotografati, descrivendo il tutto con un breve racconto.

Allestendo questo materiale sulla mappa della città realizzata sul soffitto della galleria si è reso possibile creare uno spazio aggregativo e far conoscere abitanti di zone diverse della città attraverso le loro storie.)

Un’altra nota direzione della tua ricerca consiste in lavori realizzati piegando a mano la carta da spolvero, al fine di ri-disegnare, re-interpretandole, architetture e monumenti urbani: quale il valore dell’artigianalità e la sua incidenza sulla tua opera?

Il Saper Fare determinato dalla capacità manuale, dalla conoscenza tecnica, dei materiali e dei tempi è un elemento fondativo della processualità del mio lavoro. Ho imparato dall’artigianalità con cui realizzo le carte da spolvero a considerare il momento di riflessione e interpretazione artistica anche la realizzazione materiale dell’opera. E’ possibile trovare un’analogia, un’origine comune tra la mia tecnica di piegare la carta e le progettazioni digitali, nei wire frame e la più tradizionale tecnica incisoria.

Tra gli ambienti della Rocca ne esiste uno in particolare dove si materializza il concetto di stratificazione del passato che determina l’oggi. La sala delle prigioni ha le pareti ricoperte di graffiti, lasciati da numerosi ‘ospiti’, che raccontano parte della loro storia, dei luoghi di provenienza e forse dei motivi della reclusione.

Per la Biennale oltre all’opera audio Welcome ho realizzato un light box con la carta da spolvero. Esiste una coerenza espressiva tra il mio lavoro costituito da una trama di pieghe realizzate sulla carta e questa rete di segni incisi sull’intonaco. Ho voluto usare la retroilluminazione della carta piegata come una lente di ingrandimento su alcuni dettagli di tali racconti.

Cosa pensi persiste, oggi, della tradizione nella ricerca artistica contemporanea?

Parlando di Tradizione non posso considerare genericamente la ricerca artistica contemporanea.

Per ogni artista il rapporto con la tradizione è sintomatico della propria poetica.

Riferendosi all’esperienza artistica il termine si presta a molte interpretazioni. E’ così duttile che può essere sia l’oggetto, la modalità che la motivazione: il cosa, il come e il perchè della ricerca. E’ un elemento che può essere posizionato ovunque nel processo ma ogni sua diversa collocazione innesca meccanismi che portano a risultati anche diametralmente opposti. Si pensi a chi indaga metodi tradizionali per la realizzazione del manufatto artistico e a chi usa la tecnologia più avanzata per riuscire a far interagire anche tradizioni molto distanti. Certamente oggi non trovo quell’esigenza urlata di prendere distanza dalla tradizione da parte di esperienze artistiche presenti qualche decennio fa. E’ cambiato chiaramente il contesto culturale.