Intervista a Barbara De Ponti di Laura Carcano – www.teknemedia.net

Intervista a Barbara De Ponti
Laura Carcano
pubblicato in www.teknemedia.net

Carte di transito
Silbernagl Undergallery, Milano. 2003

Barbara lavora in uno studio dagli alti soffitti in un vicolo che si nasconde alla città di Milano. Ci sono dei tavoli spaziosi che le servono a srotolare e ripiegare le sue grandi Carte. La incontro per scegliere con lei il titolo per la sua personale. Io penso agli origami, lei ad aerei e ponti. Rabbrividiamo entrambe quando esce fuori la parola “trapassi”. Non troviamo ancora una soluzione, ma approfitto per sapere qualcosa del suo lavoro…
Per cominciare vorrei mi parlassi della tua tecnica, che è poi la tua prima invenzione…
Le carte chiare e le carte nere possono considerarsi il fronte e il retro, indistintamente, le une delle altre.
La carta da spolvero è il punto di partenza per entrambe le realizzazioni.
Per le carte chiare uso il colore naturale della carta non trattata come sfondo per i soggetti. Sul foglio, su cui traccio a grafite un abbozzo del progetto, ogni segno viene tramutato in piega, pressata fino a rendere debole e porosa la carta di quel segmento. Piego e riapro il foglio fino a quando tutto il progetto si trasforma in una rete tridimensionale. Solo a questo punto tingo il retro del foglio con l’acrilico nero, diluito in modo che solo le pieghe, assorbendo il colore, diano vita al soggetto.
Le carte nere, che sono il primo risultato della continua sperimentazione sulla tecnica appena citata, subiscono la tinta con l’acrilico come prima operazione. Le pieghe vengono effettuate successivamente; la loro traccia è pressata fino a che l’acrilico nero, graffiato nei punti d’interesse, lascia riaffiorare il colore della carta da spolvero e quindi il soggetto che si è composto. Riaperto il foglio, il progetto si arricchisce del chiaro scuro che la tridimensionalità delle pieghe conferisce alla carta.

Carcano: Esiste un riferimento a immagini di ultima generazione come i wire frame del 3D digitale?
DePonti: Il metodo di realizzazione mi permette di lavorare solo orizzontalmente, usando linee rette concepite come le intersezioni dei piani assonometrici. I soggetti degli ultimi lavori poi accentuano le similitudini con i disegni ingegneristici, coi wire frame. Non posso negare una maggiore affinità con la progettazione digitale più che con le prassi della pittura. Ma non nascondo che le origini delle mie carte si ritrovano anche nella più tradizionale tecnica incisoria. Il supporto prima di tutto, su cui si imprime un segno indelebile, quello della piega, oltre alla traccia del colore nero, come nella migliore calcografica.

C.: Anche il catalogo per la tua personale è un fascicolo di carte comuni, al di là delle caratteristiche tecniche che ti permettono “l’attraversamento”, perché hai scelto un materiale così semplice, forse anche debole?
DP.: E’ semplice e leggero ma non certo debole, anzi rimane integro resistendo alle pressioni, ai raschiamenti e alle tinture. Anche i tempi di attesa per la stesura, per l’assorbimento e l’asciugatura dell’acrilico sono insegnamenti tratti dalla pratica dell’incisione e non ultimo la componente della casualità, che come in una buona tecnica, voglio controllare ma non esclude.

C: La cosa che più mi interessa del tuo lavoro è indubbiamente la manualità, l’artigianalità del fare arte. Luca Beatrice, che ha curato la tua personale, direbbe che è un qualcosa di profondamente femminile. Si può parlare di un ritrovamento del momento del “fare”, di uno spostamento di interesse dall'”impatto” del risultato finale alla “storia” della creazione dell’opera? Usare le mani, a lungo con attenzione, con MAESTRIA che importanza ha dopo tanta arte “facile e veloce”?
DP.: Ho imparato a spostare il momento di riflessione nel Fare; è la realizzazione artigianale che mi permette la conoscenza empiricamente completa dei miei lavori. E’ un approccio laborioso ma penso che lo si consideri l’antidoto al “risultato ad effetto” e alle reazioni adeguatamente brevi che suscita.

C.: Un viaggio ha sempre una destinazione but I still haven’t found what I’m looking for…, forse perchè tra la partenza e l’arrivo esiste un’entità distinta, che è il passaggio, il momento dello spostamento. Nel romanzo Cowgirl la protagonista dal pollice smisurato vive viaggiando in autostop, spostandosi da un posto all’altro, senza nessun interesse per la meta, è la semplice idea del movimento a farla sentire viva, non può fermarsi… I tuoi lavori come si rapportano a queste idee del viaggio e del movimento?
DP.: Il passaggio, i luoghi dell’attraversare, il fatto che ci si stia muovendo sono le situazioni d’interesse; sia la realizzazione delle mie carte, in cui il colore compie un tragitto da una superficie all’altra, sia la scelta dei soggetti, ad esempio Transiti (gli ultimi lavori in ordine cronologico), che non sono mai visti come una realtà conclusa ma ancora in costruzione, sono l’allegoria del viaggio in corso. Ed è qui, mentre si compie questo percorso, che si può decidere di non fermarsi ma di rimanere in perenne ricerca. Sono presenti tutti gli elementi, tutte le linee necessarie a terminare il passaggio, ma non voglio evidenziarle fin dalla partenza, potrei sempre scegliere di cambiare strada.